Suicidio assistito, chi decide quando una malattia è “terminale”?

Le sfide nel definire le malattie terminali per il suicidio assistito: approfondimenti sulle implicazioni etiche e legali, e dati attuali

Sommario

  1. Quando una malattia è davvero “terminale”? Il dilemma della definizione
  2. Etica e legge in bilico: cosa comporta non sapere quando si è alla fine
  3. Sentenze che decidono la vita: la giurisprudenza tra dolore e diritti
  4. Verso criteri più chiari: tra medicina, comitati etici e trasparenza
  5. Suicidio assistito: a che punto siamo in Italia?

La questione del suicidio assistito è oggetto di intenso dibattito, con particolare attenzione alla complessità nel determinare cosa costituisca una malattia terminale. La valutazione del fine vita come esito vicino di una patologia non è sempre chiara, poiché dipende da molteplici fattori, tra cui l'evoluzione della malattia, la risposta ai trattamenti e la variabilità individuale dei pazienti.

Quando una malattia è davvero “terminale”? Il dilemma della definizione

Definire una malattia come "terminale" non è sempre un processo oggettivo. Sebbene alcune patologie abbiano una prognosi più prevedibile, in molti casi le aspettative di vita possono variare considerevolmente. Alcuni pazienti affetti da patologie degenerative possono vivere per anni, mentre altri vedono un rapido declino. Inoltre, il miglioramento delle cure palliative e delle terapie di supporto può influenzare significativamente la durata e la qualità della vita.

Etica e legge in bilico: cosa comporta non sapere quando si è alla fine

L'assenza di criteri uniformi per stabilire quando una malattia è terminale pone sfide sia per i professionisti sanitari che per i legislatori. In diversi ordinamenti, le normative che regolano il suicidio assistito differiscono notevolmente, con alcuni paesi che richiedono una prognosi precisa, mentre altri adottano criteri più flessibili. Questa variabilità può creare disuguaglianze nell'accesso a tale pratica e aumentare il rischio di decisioni soggettive.

Sentenze che decidono la vita: la giurisprudenza tra dolore e diritti

Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dalle decisioni giudiziarie che intervengono sul tema. Un caso significativo riguarda una recente sentenza che ha impedito l'accesso al suicidio medicalmente assistito a un paziente affetto da una grave patologia invalidante, ma non ritenuta terminale secondo i parametri stabiliti. Questo episodio evidenzia come l'interpretazione giuridica del considerare come terminale una malattia, possa incidere direttamente sulle possibilità di scelta individuale, creando un ulteriore livello di incertezza e ponendo interrogativi sul diritto all'autodeterminazione in situazioni di sofferenza estrema.

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Verso criteri più chiari: tra medicina, comitati etici e trasparenza

Per affrontare queste difficoltà, alcuni esperti suggeriscono un approccio più rigoroso nella definizione delle condizioni terminali, basato su valutazioni cliniche approfondite e sulla consultazione di comitati etici. Il dibattito rimane aperto, con l'obiettivo di bilanciare il diritto all'autodeterminazione dei pazienti con la necessità di garantire processi decisionali trasparenti e giustificabili.

Le sfide legate alla definizione di malattia terminale mostrano quanto sia complessa la questione del suicidio assistito e quanto sia fondamentale un confronto continuo per sviluppare normative equilibrate e rispettose della dignità umana.

Suicidio assistito: a che punto siamo in Italia?

In Italia, il tema del suicidio assistito è oggetto di un acceso dibattito politico, giuridico ed etico. Attualmente, la legislazione italiana non prevede una norma specifica che regolamenti questa pratica, ma alcune sentenze hanno aperto un varco nel sistema normativo esistente.

Nel nostro ordinamento, l’aiuto al suicidio è vietato dall’articolo 580 del Codice Penale, che punisce chiunque agevoli o istighi il suicidio di una persona. Tuttavia, la sentenza della Corte Costituzionale n. 242/2019 (nota come "sentenza Cappato") ha stabilito che in determinate condizioni—come la presenza di una malattia irreversibile, sofferenze insopportabili e la piena capacità di autodeterminazione—l’assistenza al suicidio non è punibile.

Nonostante la pronuncia della Consulta, l’assenza di una legge specifica ha portato a un’applicazione disomogenea del principio stabilito. Alcuni casi, come quello di "Mario" (il primo paziente in Italia a ottenere l'autorizzazione al suicidio medicalmente assistito), hanno dimostrato quanto il processo autorizzativo sia lungo e complesso, spesso soggetto a valutazioni da parte dei comitati etici regionali.

Negli ultimi anni, diverse proposte di legge sono state presentate in Parlamento per regolamentare il suicidio assistito, ma nessuna ha finora ottenuto un’approvazione definitiva. Il referendum sull’eutanasia legale promosso nel 2021 è stato dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale, poiché avrebbe eliminato del tutto il reato di aiuto al suicidio, senza prevedere limiti o tutele per le persone più vulnerabili.

Attualmente, il dibattito continua tra coloro che chiedono una legge chiara che garantisca il diritto all'autodeterminazione e chi ritiene che l’attenzione debba essere posta sul potenziamento delle cure palliative e del supporto ai pazienti con malattie gravi. Fino a quando il Parlamento non adotterà una normativa specifica, la regolamentazione del suicidio assistito in Italia resterà affidata alla giurisprudenza e alle interpretazioni dei tribunali.

Di: Cristina Saja, giornalista e avvocato

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